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Anna Cimenti ci presenta “After the rain”, il suo nuovo album | Spettacolart

Anna Cimenti ci presenta “After the rain”, il suo nuovo album | Spettacolart

In occasione dell’uscita del suo nuovo album “After the rain” intervistiamo Anna Cimenti per saperne di più

Anna Cimenti ci presenta “After the rain” il suo nuovo album.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Anna Cimenti nasce il 12 aprile 1968 in un ambiente familiare dove musica e arte sono “linfa vitale”.Da una parte gli zii paterni, che sono amanti di musica operistica, dall’altra i nonni materni che, da ragazzi, hanno fatto parte di una compagnia teatrale dialettale (all’epoca era una rarità, si parla del periodo prima della seconda guerra mondiale). 

All’età di sette anni inizia a studiare pianoforte e, nonostante sia molto giovane, le viene riconosciuta una dote naturale . 

A ventitré anni consegue il diploma di pianoforte al Conservatorio “A. Pedrollo” di Vicenza, a cui fa seguito un anno di approfondimento di pianoforte jazz sotto la guida del Maestro Paolo Birro.

Ma un’altra passione sarà determinante nella scelta del suo percorso artistico, un talento che le consente di esprimere al meglio se stessa e un bisogno irrefrenabile di cui non puo’ piu’ fare a meno: l’arte del canto.

Una voce particolare che fin da bambina sprigiona un suo carattere gioioso e un’energia infinita. Un’anima piena di vitalità e positività, ma che ha bisogno di essere indirizzata.

Anna è una ragazza curiosa e appassionata e questo la spinge a studiare la musica seriamente prendendo due strade parallele: il jazz e la lirica.

Anna Cimenti, jazzista per caso o per vocazione?

 

Sicuramente cantante per vocazione, il jazz è subentrato dopo avere fatto esperienza con vari generi musicali ,dal rock al soul, al funk e alla dance music.

E tutte queste esperienze hanno dato vita a molteplici colori interpretativi.

 

La musica jazz, date le sue origini, è perfetta per sonorità e fonetica per la lingua inglese. Hai mai pensato di cantare del jazz in italiano?

 

Il pianista che ha partecipato al disco,Massimo Tagliata, crea spesso arrangiamenti di pezzi italiani in chiave jazz quando abbiamo dei concerti. Il repertorio varia da Luigi Tenco a Domenico Modugno ,a Sergio Endrigo, autori a cui sono legata fin da bambina.

Sono momenti particolari in cui l’interpretazione dei  pezzi mi aiuta a creare sentimenti passati ma ancora attuali e atmosfere senza tempo.

 

Come è l’Italia del terzo millennio? Ricettiva ai generi musicali “alti” oppure preferisce ancora “Felicità” e “sarà perché ti amo”?

 

Negli ultimi anni ho scoperto che molti giovani si stanno appassionando alla musica jazz con molta devozione e serietà.

E’ un buon segno che questa tradizione continui con loro, un genere musicale seguito dai giovani non può che alzare il livello di conoscenza, rendendoli più capaci anche musicalmente.

Ho scelto tra questi giovani Pietro Mirabassi ,sassofonista tenore, perchè mi affiancasse nelle registrazioni del disco. Il suono di questo bravissimo musicista si è connesso immediatamente con la mia anima.

 

Anna Cimenti

Una domanda difficile, che può sembrare stupida. Nel primo Novecento il jazz era la musica provocatoria, ritmata e scatenante trasgressioni. Oggi ha ancora questo ruolo, oppure è diventata musica per conservatori “alternativi”?

 

Sicuramente l’interpretazione è cambiata nel tempo.

Il jazz è nato come esigenza espressiva in tempi in cui la musica era riservata solo a certe categorie di persone.

E’ un genere nato da rivolte, ingiustizie ,in tanti casi una voglia di liberarsi da una condizione di schiavitù.

 

Come si può rendere una tale situazione ai giorni nostri?

 

Non è facile mantenere la stessa linea interpretativa.

Se un musicista ,poi, ne fa una dimostrazione tecnica ,ovviamente si perde il significato e il contesto in cui è stato composto il pezzo.

Da parte mia ,ho da subito deciso che il disco avrebbe trasmesso sentimenti e temi importanti, ho preferito parlare all’anima degli ascoltatori e trasferire le sensazioni derivate dalle mie esperienze di vita, facendo un parallelismo con quelle di chi ha scritto i pezzi scelti.

 

Il jazz è entrato, da diversi anni, nel Conservatorio. Non sarebbe stato più adatto creare direttamente (concedimi la battuta) un “progressorio”?

 

Da poco sono tornata a studiare in Conservatorio, iscrivendomi al corso di canto jazz.

L’ambiente è stimolantissimo e ha avuto miglioramenti impensabili ,visto che  l’avevo frequentato anni fa.

Penso sia stata una scelta molto intelligente ,sia l’ apertura al popular jazz che al canto indiano e moderno, una ventata di elasticità mentale che darà i suoi frutti nel futuro.

La musica ha una sua universalità e il solo fatto di riconoscerlo aprirà le porte ad un professionismo riconosciuto da chi risulta esserne  competente.

 

Hai una voce calda, rassicurante e intensa: ti si potrebbe definire una sorta di crooner al femminile?

 

La mia voce, sebbene squillante in certi repertori come il funk, nel jazz ha sviluppato un uso del suono più morbido, un parlato confidenziale che pulisce al massimo la vocalità, sempre però connessa alle mie emozioni più profonde.

Ho ricercato una certa eleganza nell’emissione del suono e nel raccontare le storie che volevo interpretare, evitando picchi di volume che avrebbero rovinato l’atmosfera che volevo creare.

E poi ho connesso la mia consapevolezza, la mia esperienza di vita con quella dell’autore del pezzo, immedesimandomi nelle storie che andavo a raccontare.

Ecco, mi definirei piuttosto una story-teller ,ispirandomi ad una cantante jazz di nome Carmen McRae.

 

 


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