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Emanuele Cisi trio live al Vinvoglio Jazz Club – merc. 20

Emanuele Cisi trio live al Vinvoglio Jazz Club – merc. 20

Riproponiamo l’intervista al famoso sassofonista Emanuele Cisi, in occasione dell’attesissimo ritorno in live a Cagliari.

Emanuele Cisi è uno dei sassofonisti più apprezzati sulla scena jazz internazionale e ritorna a Cagliari, ad accompagnarlo ci saranno Francesco Sotgiu alla batterista, componente storico dei gruppi di Emanuele Cisi e Piero Di Rienzo al contabbasso.

Intervista a Emanuele Cisi:

Come altri musicisti sono ricorrenti le tue esperienze all’estero, cosa hai trovato rispetto all’Italia?

Emanuele: partendo dalla constatazione personale che la situazione lavorativa per i jazzisti è difficile ovunque (e più o meno lo è da sempre), posso dirti questo: c’è ovviamente una grande differenza tra Europa in generale e Stati Uniti. In confronto all’Italia, in Europa tendenzialmente ovunque vi è ovunque più professionalità e rispetto in genere per la musica ed i musicisti. Io negli anni ’90 e primi 2000 ho lavorato tanto in Francia, e ho visto grandi cambiamenti da allora ad oggi. È come se tutto si fosse livellato – ma questo è secondo me a livello direi….mondiale – quasi “globalizzato”, purtroppo verso il basso; parlo in termini di quantità e opportunità di lavoro, retribuzione agli artisti, qualità delle programmazioni artistiche dei festival, eccetera. Rimangono alcune isole felici, come la Scandinavia. Lì davvero i musicisti di jazz hanno vita un po’ più facile e lo stato supporta il loro lavoro. E poi il pubblico: io bazzico spesso la Norvegia (che è il mio paese preferito al mondo!), la Danimarca, il Belgio, e ho sempre trovato ascoltatori attenti, preparati e curiosi. In Italia spesso l’ascoltatore medio, non per colpa sua, si aspetta certi musicisti, certa musica. Insomma è meno “puro”.
E poi gli States, dove mi esibisco regolarmente negli ultimi anni. Lì, ovviamente, il jazz si respira, è presente e forte. La tradizione del jazz è un dato fondamentale, da cui il 90% dei musicisti e del pubblico non si sottrae. Poi certo, a New York oggi puoi sentire di tutto, dall’avanguardia più sperimentale ai vari gruppi etnici che generano un loro peculiare approccio al jazz (penso agli ebrei, ai latini, agli indiani, agli orientali). Ma la grande tradizione abita davvero quella città, e tutto il paese. Ed anche là i musicisti (anche quelli più pazzeschi, che molti qui vedono come superstar o comunque come solidamente consolidati nel panorama top della scena mondiale) fanno una fatica notevole per sopravvivere. Ma l’energia e gli stimoli sono impagabili, secondo me, rispetto all’Europa. Anche alle grandi capitali come Parigi o Londra.

Quali sono state le esperienze, le collaborazioni più significative?

Emanuele: iniziano a essere tante…. Di sicuro gli inizi, i primi ingaggi, i primi rapporti con musicisti dalle mia zona hanno contato molto. Poi l’incontro con Giulio Capiozzo, il grande batterista degli Area, con cui ho fatto le mie prime esperienze professionali importanti e sono salito sui palchi prestigiosi. Lui mi ha insegnato tanto, musicalmente, professionaomente e umanamente. Poi, forse le esperienze più importanti e formative sono state quelle con i grandi Maestri americani: Jimmy Cobb, Ron Carter, Clark Terry, Nat Adderley, Benny Golson… Caspita… in quei momenti era come andare all’università del jazz sul serio, mica scherzi!
E poi il mio primo disco, nato dalla collaborazione con splendidi musicisti che per me sono dei punti fondamentali del mio cammino e che conosco da quando ho iniziato a soffiare nel sax: Marco Micheli, Francesco Sotgiu, Paolo Birro. Il secondo disco che registrammo nel 1996, “Giochi di Nuvole” è ancora oggi un lavoro che mi emoziona all’ascolto. E io i miei dischi non li ascolto quasi mai, dopo averli registrati.

La musica, essere un musicista, cosa significa per te questo? Come ti fa sentire?

Emanuele: intanto ancora oggi mi pare una cosa meravigliosa, essere un musicista, aver fatto della musica la mia vita!
Più filosoficamente, è uno stato di coscienza. Permea ogni azione e pensiero della mia vita. E’ un esperienza privata e sociale al tempo stesso. E’ il modo per mantenere un contatto con il lato più spirituale e profondo di me stesso. E’ un tramite con una dimensione diversa da quella materiale, se vuoi chiamala sovrannaturale. In sintesi forse potrei dire che suonare per me credo sia come pregare per un monaco.

Quali sono le emozioni più ricorrenti che provi quando suoni e cosa ti da più soddisfazione del tuo lavoro?

Emanuele: quando sono in sintonia con i musicisti con cui sto suonando, e riesco a costruire musicalmente ciò che desidero e ricevo stimoli interessanti durante le mie improvvisazioni, è una sensazione fantastica, di benessere psico-fisico. Ma per raggiungere questo ci vuole molto rispetto, verso la musica e gli altri musicisti, da parte di chi sta suonando. Bisogna saper ascoltare, dialogare e rispettare i propri ruoli e spazi, al fine di mettere ognuno nelle condizioni migliori. Non è facile, ma se capita è davvero una gioia. E il pubblico lo recepisce immediatamente. La trasmissione di energia tra musicisti e ascoltatori è la chiave del successo di una performance, e se avviene, si instaura un circolo virtuoso. E una delle cose più belle è quando la gente alla fine ti viene a ringraziare e guardandola negli occhi ti rendi conto che sei riuscito a regalare qualcosa di importante.

Cosa troviamo nella tua musica?

Emanuele: spero verità, innanzitutto. Che è quello che io cerco di metterci sempre.

Cosa è cambiato nel tuo modo di suonare rispetto al tuo primo album Where are you?

Emanuele: secondo la mia percezione, sono maturato tanto. Ho studiato molto, credo di aver assorbito molto linguaggio, studiando gli stili dei grandi Maestri del mio strumento e di questa musica in genere. Penso di aver messo a fuoco la mia personalità, il mio sound, il mio approccio. E naturalmente mi rendo conto di quanto cammino devo ancora fare per crescere ulteriormente. Più studi e più ti rendi conto di non sapere. E’ una semplice verità. Adesso più di prima, se per un giorno non tocco lo strumento, mi sento a disagio e non a posto.

Tu e la creatività: come nasce l’ispirazione? Ci sono situazioni, momenti particolari che favoriscono la creatività?

Emanuele: dipende che tipo di ispirazione: se parliamo di composizione, il mio momento di maggior ispirazione è solitamente mentre studio; spesso mi escono idee o spunti che se decido di sviluppare o approfondire sfociano in idee compositive, qualora io le fermi sulla carta.
Diverso discorso per la creatività e ispirazione per la composizione cosiddetta estemporanea, cioè l’improvvisazione, che è poi la mia forma prediletta di composizione. Qui è diverso… tutto può essere fonte di ispirazione o al contrario di distrazione: il luogo, la sonorità della sala in cui si suona, dell’impianto di amplificazione (che spesso detesto), il pubblico, le persone che hai incontrato prima di suonare, il tipo di ospitalità, cosa hai mangiato, il clima…insomma, tante variabili!
Non sempre possiamo essere al massimo durante le esibizioni, cosa fai per trovare lo stato ideale per suonare?
Beh, su questo credo di essere miglirato parecchio negli anni. Cerco di isolarmi, di lasciare fuori tutto ciò che non mi piace o infastidisce in quel momento. In poche parole di entrare in profondità il più velocemente possibile, di “sentire” il mio suono. E di rilassarmi il più possibile.

Raccontaci una un aneddoto successo durante la tua musica

Emanuele: ce ne sono talmente tanti…. Scelgo questo: avevo credo 17 anni e vado a sentire per la prima volta in vita mia Sonny Rollins, che già conoscevo dai dischi, al Teatro Regio di Torino. Penso fosse il 1982. Concerto assolutamente pazzesco. Io poi ero in terza fila e quindi a pochi metri da lui, e l’energia e l’intensità con cui suonò fu tale, che quando uscìi dal concerto ero totalmente “spaced out”. Ero venuto da casa coi mezzi pubblici, e così avrei dovuto ritornarci. Invece, completamente stordito e sconvolto da quella esperienza, inizio a camminare, solo. Dopo un po’ (non so quanto, l’elemento tempo era come si fosse fermato o dilatato in modo surreale…) mi rendo conto di essere in un punto della città che non conoscevo. Ero nel centro, ma non capivo dove. In quel momento sento provenire da qualche parte in lontananza il suono di un sax. Ascolto meglio e…. ma certo, è Charlie Parker! Ma da dove proviene, a quest’ora della notte e in mezzo ad una strada? Seguendo il suono, realizzo che proveniva…dal citofono di un vecchio palazzo! Incredibile… e giuro che non l’ho sognato! Fu un esperienza quasi extra sensoriale.

Musica live e musica online: considerando la sempre maggiore difficoltà della musica live, per le scarse possibilità di suonare nei locali, cosa consiglieresti ai giovani musicisti?

Emanuele: consiglio anzitutto di vivere la musica principalmente lontano dallo schermo di un computer o di uno smartphone. Incontrare gli altri musicisti, parlarci, suonarci. Lo so, oggi i luoghi cosiddetti di aggregazione per il jazz sono quasi scomparsi. Ma se uno cerca bene e con attenzione, quasi ovunque, o perlomeno nelle grandi città, può scovare luoghi dove ci si può incontrare e confrontare. Consiglio di andare ad ascoltare i musicisti più grandi di loro, per carpirne l’esperienza. Di andare a sentire musica dal vivo tout court, anziché passare il tempo su Youtube; che è sì, da un lato, una risorsa incredibile, ma non può in nessun modo sostituire l’emozione e le sensazioni di ascoltare il jazz nel momento stesso in cui viene creato.

cosa ti piace dell’ambiente musicale italiano e cosa cambieresti?

Emanuele: come ho già detto prima, ormai mi sembra che l’ambiente nostrano non sia molto diverso da altri; si, permangono i “giri”, legati alle città, alle correnti stilistiche, il che è abbastanza normale, anche se sempre un po’ fastidioso. Non mi piacciono le esagerazioni, i musicisti di moda, le fissazioni. Ormai il pubblico conosce e va ad ascoltare solo quello che gli viene “ordinato” (dai media e dagli addetti ai lavori). Non esiste più “l’appassionato di jazz” che va a sentire un concerto anche se non sa cosa o chi ascolterà. L’unica speranza credo possa venire dai collettivi autogestiti dai musicisti stessi. A Roma ce n’è uno fichissimo, costituito da gente davvero in gamba, si chiama Agus. Quando ci ho suonato, mentre ero fuori in attesa dell’inizio, arrivano alcuni ragazzi (ventenni, categoria praticamente estinta tra gli utenti del jazz). Sento che dicono “ma chi suona stasera??” “un certo Cisi..” “ma è bravo?” “aò, se sona qua è bravo per forza!”. Ecco, questo è quello di cui c’è bisogno.
Cosa mi piace? Lo scambio umano che eisiste ancora tra noi, la condivisione di alcuni momenti di socialità (tipo la cena prima del concerto) che sono estranei ad altre culture. E l’arte di arrangiarsi che, quando non è dannosa, riesce dove perfette organizzazioni svizzere falliscono.

finalmente il tuo ritorno a Cagliari, cosa ci aspetta?

Emanuele: suoneremo alcune mie composizioni, registrate su vari miei dischi, qualcosa di Francesco Sotgiu e qualche standard accuratamente scelto e…. “trattato”. Sono molto felice di ritornare a Cagliari dopo tutto questo tempo!

 

Per ulteriori informazioni:

Visita l’evento facebook Emanuele Cisi Trio

Leggi la biografia di Emanuele Cisi

Visita il sito internet di Emanuele Cisi

Marco Sotgiu

Marco Sotgiu

Fondatore e Direttore di spettacolart.it Appassionato di musica. Suono la batteria. Non sono un giornalista.


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