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Intervista ad Andrea Andrillo

Intervista ad Andrea Andrillo

Incontriamo un altro protagonista del panorama musicale isolano e protagonista anche della serata del prossimo 29 dicembre a Quartu S.Elena: MUSICANTO.

Un cantautore sardo con un timbro di voce particolarmente graffiante. Parliamo di Andrea Andrillo.

Andrea Andrillo, sappiamo che la musica ha sempre fatto, come spesso accade, parte della tua vita e sappiamo anche che hai un passato da convinto punk. Ce ne vorresti parlare?

Grazie intanto per l’interesse che mostrate nella mia musica e nella mia persona.
Non è totalmente preciso che io abbia un passato rigidamente punk, non sono mai andato in giro con la cresta, purtroppo, al limite con una bella borsa borchiata che non piaceva molto alla polfer ai tempi in cui eravamo studenti J Però sia il  punk che il metal hanno fatto da base per la crescita di un sacco di ex ragazzi della mia generazione. Del punk mi è rimasta la carica eversiva, la voglia di non conformarmi a un modello. I testi delle band punk erano mediamente molto più intelligenti dei testi di un sacco di band metal, però anche del metal mi è rimasto qualcosa, credo in fondo soprattutto un certo gusto per l’aggressione sonora. Fa strano però dirlo ora, a tanti anni di distanza, ora che suono soprattutto in acustico.
All’epoca, comunque,  non è che andassi tanto per il sottile, io sentivo musica a palla, non mi fermavo alle distinzioni di genere, ero una specie di onnivoro che mangiava di  tutto, anche se poi le mie preferenze le avevo eccome. Il punk in quel periodo, parliamo della scena che va dal  1985 in poi, per me erano soprattutto i CCCP, ma nel paese del Medio Campidano dove sono cresciuto c’era un fermento musicale pazzesco. Diversi gruppi metal, tra i quali quello nel quale militavo io, aperto a diverse suggestioni; diversi gruppi strettamente punk, una compagnia teatrale fenomenale, una banda musicale..c’era tanta musica, tanta roba, tanti stimoli. E ci  si trovava tutti chiusi in uno spazio ristretto ma aperto al mondo, uno spazio che pulsava in modo incredibile. Ci si scambiava idee, musicassette, simpatie e antipatie. Ci siamo formati lì, in quel micidiale  calderone sonico che ci avvolgeva senza soluzione di continuità. Col senno di poi, è stata una fortuna pazzesca

 

Hai abbandonato totalmente le chitarre distorte e i volumi elevati, o ti capita ancora di suonare in questo modo?

 

Non posso dire questo per il domani, ma parlo di oggi. Sto facendo un cammino a ritroso, verso l’essenziale. Non ho più voglia di assoggettarmi alle ambigue dinamiche di una band, vado per eliminazione. Meno roba possibile nei miei brani, così da non trovarmi poi un suono gonfio in studio ma un suono più asciutto, direi quasi ascetico, dal vivo. Ormai, come tanti sopravvissuti, privilegio l’energia della comunicazione al volume alto. E’ ciò che mi sta spingendo a continuare. Un dialogo ininterrotto col pubblico, che non termina alla fine delle canzoni che propongo in concerto.

 

Ora suoni una bellissima chitarra acustica Gibson e racconti storie vita, intrise di elevati contenuti sociali, raccontaci un po’ le tue canzoni.

 

E’ una domanda di cui ho avuto terrore per tanto tempo. Poi finalmente sono arrivato a una conclusione e posso risponderti: io canto le persone insufficienti, la dignità che spesso non gli è riconosciuta nel mondo; canto di padri sordi che non possono cantare come del giovane costretto ad indossare una divisa per andare a massacrare o a farsi massacrare. Canto la solitudine del migrante e la solitudine del ricco barricato dentro a una fortezza che sta venendo giù.
Canto di cornicioni dai quali guardare un mondo dal quale si vorrebbe fuggire con un estremo gesto di sfida alla gravità. Canto la poesia che è racchiusa nell’essere umano, ma anche la sua tenebra.
In tutto questo c’è, ovviamente, molto di me, perché sono perfettamente inserito nella luce e nella tenebra del mio tempo.

 

Chi conosce Andrillo sa bene che da un’importanza notevole alle origini sarde, a “sa limba”, è vero questo?

 

Dovremmo riservare alle lingue minoritarie le stesse attenzioni che dedichiamo alle specie in via di estinzione. Se parliamo, che so,  di un rinoceronte che rischia di estinguersi, giustamente proviamo un moto di rabbia e di commozione di fronte a questa tragedia. Sappiamo che è il mondo attorno a noi che sta andando in pezzi e ci si sta sbriciolando sotto ai piedi, non solo una specie animale o vegetale che si estingue.
Non succede lo stesso, invece,  per quel che ho avuto modo di notare, se la specie a rischio è una lingua minoritaria. Eppure la lingua è ricchezza, fa parte della diversità del mondo, che è fonte di vita essa stessa. Non solo, se limitiamo il tuo vocabolario, se riduciamo il numero di parole a tua disposizione per poterti raccontare ed esprimerti, per poter comunicare con il mondo attorno a te, diventa automatico (oltre che scientificamente provato), che avrai molte difficoltà a rapportarti con la realtà circostante, con la tua stessa comunità, al punto che diventerai gradualmente una persona più povera anche in senso materiale.

Detto questo, se consideri che il sardo è una lingua a rischio di estinzione e che il sardo è la mia personale lingua minoritaria, ecco che si spiega il modo in cui testardamente, contro ogni interesse commerciale, io vado ad inserire il sardo fra le lingue nelle quali canto, ovvero l’italiano, l’inglese e ultimamente lo spagnolo.
La sfida non è solo evitare di confondere l’ascoltatore in questa babele in miniatura che rischi di creare durante i tuoi  dischi e concerti, ma anche scoraggiare chiunque a pensare che io abbia usato il sardo in preda alla tentazione di sbandare verso il maledetto floklore, che nulla ha a che vedere con la tradizione, la quale è una cosa viva, non morta e cristallizzata come il folk o come l’uccello della buonanima di Raspuntin conservato in formalina.
Certo, il tipo di canzone che io scrivo, non ascrivibile alla canzone italica o al cantautorato nel senso che comunemente si da a questa parola, dovrebbe fugare sul nascere ogni dubbio sui miei rapporti col folk, ma non si sa mai e quindi lo ribadisco con forza: usare il sardo non è fare folk, è fare politica resistente. E’ opporsi a una massificazione mortifera, è mantenere viva la propria identità in un mondo di cloni rincoglioniti sempre più incapaci di riconoscersi e difendersi fra loro in quanto appartenenti ad una stessa razza, la razza umana.
Infine, un’ultima considerazione: Tolstoj diceva che se vuoi cantare dell’universo, è il caso che cominci a parlare di casa tua. Appartengo a quella generazione cui è stato proibito di parlare in lingua sarda. Da ragazzo ho cominciato a cantare e scrivere in inglese per poi maturare e fare un cammino a ritroso verso le mie origini, verso la lingua de is aiaius, dei nonni – perché i padri, per quel che mi riguarda, l’avevano rinnegata e non ce l’hanno trasmessa.  A vent’anni o poco più ebbi la fortuna di poter intraprendere un breve epistolario con quella mente sopraffina e grandissimo uomo che fu Ciccittu Masala. Mi diede due schiaffoni virtuali quando di fronte al mio senso  di attaccamento alle mie radici piuttosto confuso, mi disse che esistono sardi vinti e convinti e sardi vinti ma non convinti. Quel suo rimprovero, tutto sommato espresso con molta gentilezza ma con il rigore intellettuale che lo contraddistingueva, mi è rimasto dentro e negli anni mi ha aiutato a crescere

 

La sofferenza del popolo sardo, di tutte le popolazioni in generale, cantando di tutto ciò ti definiresti un filantropo?

No, assolutamente no. Io sono un cantastorie nel vecchio senso della parola, un aedo, se vogliamo, o anche un coglione se ti piace pensarla così. O forse sono soprattutto un combattente, ma di sicuro non un filantropo. Nessuno mi deve nulla per ciò che faccio.

 

Parliamo un pochino dei tuoi lavori, “Atlantide prima della pioggia” il tuo E.P.

Nel 2013, quando è uscito questo dischetto autoprodotto in perfetto stile do it yourself, ritenevo fosse la mia ultima cartuccia, dopo qualche anno passato nel silenzio pensando di aver finito il mio cammino, dopo vent’anni di musica elettrica e due dischi alle spalle. Invece era un nuovo inizio. Le quattro canzoni dei quell’EP, sono finite in Uomini, bestie ed eroi.

 

Il brano di punta è indubbiamente “Deserti Di Sale”, sensibile racconto di chi disperato arriva attraverso il mare. Spiegaci meglio.

E’ una canzone sulla solitudine, non solo la solitudine di chi attraversa il mare, ma anche la solitudine di chi si barrica dentro una torre che scricchiola e rischia di venire giù ogni giorno di più. Non è affatto una canzone buonista, non dice volemmosse bene. Dice che il deserto può essere nel cuore, a dividere la gente dalla gente. Uno dovrebbe stare molto attento a valutare se si sta parlando o meno anche del suo cuore.

 

Come abbiamo già detto Andrea sarà uno degli artisti che suonerà e canterà al concerto MUSICANTO. Cosa pensi di questa manifestazione?

Non conoscevo questo evento nello specifico. Mi hanno scritto “vuoi partecipare a uno spettacolo di beneficenza”? E ho detto subito sì, come faccio sempre. Ritengo che chi ha una voce, la debba cantare e chi ha un messaggio lo debba far passare. Poi si può discutere dei dettagli. E infatti, a posteriori, ho cercato di sapere di più sugli scopi della manifestazione, perché il confine fra il dare una mano e il farsi usare è sempre labile e io in seconda istanza mi informo sempre su cosa vado a combinare e per chi e con chi. E devo dire che va bene così, sono molto felice di partecipare.

 

Ringraziamo e Salutiamo Andrea che ci da appuntamento al suo prossimo concerto il 28 dicembre ore 20.30  al Teatro Moderno Monserrato, Via XXXI Aprile 1943, Pauli, Monserrato, e al concerto di beneficenza MUSICANTO il 29 dicembre ore 21.00 all’Auditorium della Basilica di Sant’Elena a Quartu S.E.

Per informazioni e contatti visitate la pagina facebook di Andrea Andrillo

Tore_mdb Contu

Tore_mdb Contu

Musicante chitarrista e per diletto scribacchino



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