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Interviste: Daniele Fadda. Il buio e l’importanza di un singolo raggio di luce

Interviste: Daniele Fadda. Il buio e l’importanza di un singolo raggio di luce

Daniele Fadda, fotografo con la passione per la musica.

Lo abbiamo conosciuto in occasione del nostro evento “La Chitarra: Regina per una Notte” 2017 e

Daniele Fadda- ph di Rosangela Usai

siamo rimasti impresionati dagli scatti realizzati in occasione del concerto. Abbiamo incontrato il giovane fotografo cagliaritano per conoscerlo meglio.

“Si, sono nato e vissuto a Cagliari, salvo una parentesi di sette lunghi anni Milanesi – dice Daniele – che, oltre a formarmi dal punto di vista professionale per quello che a tutt’oggi è il mio impiego principale, sono stati fondamentali per gettare le basi per quella che è la mia attività di fotografo.

 

Penso che fotografare sia una cosa molto intima, che sensazioni ti da?

Motta

E’ un processo estremamente intimo. Uno scatto che funziona è uno scatto nel quale c’è il fotografo. Puoi mettere lo stesso soggetto davanti a dieci fotografi diversi, e magari dargli lo stesso tema, e puoi stare sicuro che avrai dieci scatti diversi, perché alla fine quello che esce è il fotografo.

Tante volte è una cosa talmente intima che si tende a voler tenere il prodotto per se.

Quasi ci si vergogna di mostrarlo perché è come mettersi a nudo, è come fare una confessione e a volte si ha anche terrore di essere fraintesi.

 

Cosa cerchi nei tuoi scatti?

Quello che cerco di fare coi miei scatti è cogliere un momento significativo, un mio scatto ha la presunzione di non limitarsi a raccontare un momento generico, ma di voler esprimere un’emozione.

Occorre però fare una distinzione. Scattare a un concerto è ovviamente diverso dallo sviluppare un

Carmen Consoli

progetto fotografico proprio.

Se scatto a un concerto, cerco di congelare le emozioni di chi è sul palco. E’ un processo fatto di osservazione e di coinvolgimento emotivo.

Ed è per questo che se la produzione musicale è di mio gusto, il mio coinvolgimento è maggiore e tutto risulta più facile.
Poi, non posso nasconderlo, esiste la componente fortuna nel cogliere l’attimo che magari si verifica solo una volta nell’arco dell’intero concerto.
Quando invece porto avanti un progetto fotografico, il processo è completamente diverso, se ai concerti il grosso del lavoro è improvvisazione, perché non posso sapere cosa mi troverò davanti in anticipo, su questo genere di lavori, dev’essere tutto pianificato nei minimi dettagli, e l’obiettivo in questo caso è quello di esprimere un’idea cercando di veicolare le proprie sensazioni ed emozioni attraverso gli scatti prodotti.

 

Vincenzo Cerami, scrittore e sceneggiatore, dice che “i momenti di creatività sono dei brevissimi attimi, al massimo 5 minuti nella vita di uno scrittore. Tutto il resto del tempo è lavoro di falegnameria.”
Pensi che sia così anche per la fotografia?

In un certo senso sono d’accordo, nel senso che effettivamente il processo creativo (leggi notti

DISSIDio

insonni, nel mio caso) ricopre solo una minima parte della produzione di un lavoro. Per quanto mi riguarda inizialmente è un processo mentale. Parte tutto da un’idea semplice, allo stato embrionale che deve crescere, svilupparsi e diventare più complessa. Quello diventa il tarlo. E se si sviluppa nel modo giusto inizia il lavoro di “falegnameria” che consiste prima nel decidere come trasformare l’idea in immagine e successivamente nella scelta e nella progettazione dell’esposizione fisica. Sono un amante delle installazioni articolate, cerco di dare una terza dimensione al prodotto fotografico con installazioni particolari e di solito è il processo che mi porta via più tempo. Giusto per fare un esempio: per il mio primo lavoro “DISSIDio”, il processo di sviluppo dell’idea è durato giusto qualche giorno, le foto le ho prodotte nell’arco di un’unica giornata, seppur intensa, la progettazione e la realizzazione dell’installazione mi ha portato via più di un mese.

 

Tu e la creatività: come nasce l’ispirazione?

Come dicevo prima, nasce tutto da un piccolo tarlo, che può essere generato da qualcosa che ho letto, o visto in tv, oppure da esperienze o sensazioni più personali. Non sempre il processo mentale porta a qualcosa, capita a volte di non riuscire a trovare un modo convincente per rappresentare quella particolare idea con una serie di fotografie. Oppure di dover accantonare una particolare idea in attesa di trovare il giusto soggetto da fotografare.

La progettazione è il vero e proprio processo creativo, nel momento in cui imbraccio la macchina fotografica dev’essere tutto ben chiaro nella mia testa, nessun dettaglio viene lasciato al caso.

Devo avere il soggetto giusto, la luce giusta e l’ambiente giusto, e anche con tutti gli elementi “giusti”, non manca mai l’occasione di trovarsi a dover improvvisare qualcosa, perché si devia sempre dalle aspettative ideali.

 

Che rapporto hai con la fotografia, è una necessità o fotografi solo quando ti senti in un certo modo?

E’ una necessità pensare fotografia, ma non è una necessità fotografare. La fotografia è un mondo, ognuno cerca il proprio motivo per scattare. Ci sono periodi in cui mi piace portare dietro la macchina fotografica perché “non si sa mai”. Giorni in cui la porto dietro perché mi aspetto di fotografare qualcosa e magari alla fine nemmeno tolgo il tappo alla lente. Diventa una necessità solo nel momento in cui penso che quello scatto possa esprimere qualcosa, anche se spesso il risultato non è quello sperato.
Poi ci sono i giorni in cui mi piace sperimentare e, paradossalmente, per me sperimentare significa imbracciare una macchina analogica e scattare come si faceva prima dell’avvento del digitale. Gli esperimenti veri si fanno poi in fase di sviluppo e successivamente con la stampa in camera oscura. E qui entra in gioco la “NERDitudine” che è un elemento fondamentale della mia attività.

 

Quando hai deciso che avresti fatto il fotografo? E quando sei passato dalla semplice passione alla professione?

Durante la permanenza a Milano ho avuto modo di soddisfare pienamente la mia fame di musica, passione seconda solo a quella per la fotografia.

Soprattutto nel periodo a ridosso dei primi anni 2000 qualsiasi musicista internazionale, più o meno

Sigur Ros

conosciuto, il cui tour faceva tappa in Italia, non poteva non passare per Milano. Avevo l’imbarazzo della scelta. Ed è così che ho iniziato, senza la minima competenza tecnica, l’attrezzatura adeguata, né tantomeno alcun permesso, a seguire i concerti attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Sono più le volte che la macchina fotografica è rimasta in macchina perché non gradita agli organizzatori dell’evento, ma i primi scatti, in analogico, sono nati proprio in quelle occasioni.
Quando sono riuscito finalmente a tornare a Cagliari, il numero di eventi è drasticamente diminuito, ma la fame no, quindi sono diventato un assiduo frequentatore di locali che presentassero un’offerta di musica dal vivo di qualità, quasi sempre macchina fotografica alla mano. Ma la vera opportunità è nata al Fabrik, dove un gestore attento a quello che può essere il ritorno di immagine prodotto da un reportage di un evento live, inizialmente quasi per scherzo, mi ha proposto di seguire gli eventi più importanti.

Ho capito che quello che avevo imparato da autodidatta non mi sarebbe più bastato.

Ho studiato e investito in attrezzatura ed ho intrapreso quella che non è una professione vera e propria, ma un’attività che mi gratifica sotto svariati punti di vista, non solo per quanto riguarda le foto ai concerti, ma anche per quella che è la produzione artistica di altro genere.

 

Chi sono i tuoi artisti preferiti del passato? E dei moderni?

La lista sarebbe lunga, ma mi limiterò a fare due nomi che rappresentano le fondamenta di quello che vorrei fosse la mia fotografia.
Man Ray: artista, non solo fotografo, che nei primi anni del 900 contribuì ad elevare l’arte in generale, ma la fotografia in particolare a quella che è la dimensione che conosciamo adesso. Contribuì a far diventare la fotografia espressione artistica vera e propria. In più era un grande sperimentatore attraverso processo di sviluppo e stampa. Produceva a mani nude cose che qualcuno a tutt’oggi avrebbe difficoltà a fare con photoshop.
Mustafa Sabbagh: artista contemporaneo considerato uno dei cento fotografi più influenti al mondo. L’ho scoperto con un lavoro intitolato “Onore al nero” in cui il vero protagonista è il buio. La luce diventa strumento, non tanto per contrastare il buio, quanto per assecondarlo e dargli forma.
Mi ci sono trovato estremamente affine, perché chi conosce le mie foto, che siano di concerti o siano progetti sviluppati a tavolino, sa quanto la mia fotografia rispetti il buio. Spesso vengo accusato di fare foto troppo scure, ma ho la tendenza a dare più importanza a un singolo raggio di luce che a un ambiente illuminato.

 

Cos’è per te la fotografia?

La ricerca di uno strumento di espressione. Non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

Quello che cerco di fare con la fotografia è esprimere qualcosa che non sono in grado di esprimere a parole.

Baraldi

Il lavoro fotografico ideale, per me, è quello che non ha bisogno di essere spiegato.

Come accade anche in ambito musicale, quando magari un testo di una canzone è particolarmente criptico o personale, o, a maggior ragione, con un pezzo esclusivamente strumentale, non è fondamentale che arrivi esattamente il messaggio dell’artista, l’unica cosa importante che il fruitore riesca a far suo quel brano.

La mia fotografia, così come un buon brano musicale, deve saper veicolare un messaggio, ed è il messaggio che deve emozionare. Non c’è niente di facile e scontato, è una ricerca continua e costante.

Per ulteriori informazioni:

Visita il sito web di Daniele Fadda

Marco Sotgiu

Marco Sotgiu

Fondatore e Direttore di spettacolart.it Appassionato di musica. Suono la batteria. Non sono un giornalista.


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