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Intervista a Francesco Sotgiu

Intervista a Francesco Sotgiu

Francesco Sotgiu è  un musicista polistrumentista, compositore, arrangiatore, attivo nell’ambito della musica jazz, pop e etnica.

Impegnato in un quartetto col trombettista Flavio Boltro e col Nèa quartet con la cantante Diana Torto, ha fatto parte delle formazioni più importanti in ambito in ambito jazzistico, suonando con Kenny Wheeler, John Taylor, Gil Goldstein, Mal Waldron, Bobo Stenson,  W.D.R. orkestra, David Liebman, Paul McCandless, Enrico Rava, Paolo Fresu, Franco D’Andrea, Gianluca Petrella, Flavio Boltro, solo per citarne alcuni,  e collaborazioni e tournée nell’ambito della musica “leggera”ed etnica, con Branduardi, Iannacci, Rossana Casale, Piero Pelù e tanti altri, oltre ad aver collaborato come compositore, arrangiatore e polistrumentista negli ultimi progetti di Andrea Parodi, incidendo un centinaio di produzioni discografiche come sideman, leader e co-leader.

Francesco Sotgiu sarà uno dei protagonisti del concerto MUSICANTO che abbiamo organizzato per il 29 dicembre e lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.

Chi ti ha influenzato maggiormente in ambito artistico?

Le influenze sono spesso comuni a tanti, mi viene da spostare la questione sulla formazione. Ovvio che tanti musicisti che hanno fatto la storia del jazz ed etnica, sono importantissime ma la mia formazione, che mai si conclude, si muove sulla conoscenza e il “gioco” delle interconnessioni, quindi anche da quello che apparentemente sembra lontano dalla musica; cito ad esempio, poeti, scienziati, filosofi, e tanto altro che sembrano distinguersi a se stante, come la biologia e la psicologia che confluiscono spesso in modo conflittuale. E per tornare alla domanda, più che influenze sono ispirazioni.

Cosa significa essere un musicista?

E’ chiaro che qui posso accennare solo alla mia esperienza, quelle che conosco di altri musicisti sarebbe un gigante libro! La prima immagine che mi passa in mente che si riferisce dapprima alla mia adolescenza e il proseguo, è valido anche oggi: la nave e l’altalena. Ho iniziato da bambino a suonare, ma a sedici anni metto i fusti della batteria uno dentro l’altro e li imbottisco dentro uno scatolone enorme, e parto da solo con la Tirrenia per Civitavecchia, destinazione Parigi. E’una pulsione che si fonde col desiderio e una ricerca senza fine di se stessi attraverso obiettivi spesso indefinibili. Essere andato via dalla Sardegna ma portandomela dietro in una specie di valigia mentale, mi ha consentito di aprirmi al mondo, a conoscere tantissimi musicisti e culture diverse. La parte più bella è riuscire a realizzare quello che si desidera fare, cercare, e suonare in giro per il mondo. E infine l’altalena: tutto quello che sta fuori dalla musica è il vero lavoro: non è facile stare in equilibrio e armonia conducendo una vita non “normale” per via delle continue incertezze lavorative; ne vale la pena per un piacere impagabile. Inoltre, tornando in Sardegna ho portato un bagaglio che spero sia utile per innovare con rispetto la “ cristallizzazione “ di alcuni aspetti del nostro folklore sopratutto quello delle percussioni. Questo e molto altro significa per me essere un musicista.

Hai suonato per diversi anni con Kenny Weelher, come lo ricordi?

Intanto la profonda tristezza per la sua scomparsa; credo (e non è un’opinione di pochi) che lui sia stato e rimarrà ancora a lungo uno dei più grandi musicisti di questa epoca. Lo ricordo come una persona deliziosa, umile, timida e perfino fragile, nonostante la sua grande forza nella musica. La prima volta che l’ho incontrato per suonare insieme era in occasione di una prima assoluta, una sua opera per 43 elementi e un solo violino suonato da me, tratta dai “I Salmi”. Oltre a tante note scritte mi aveva dato diversi soli, e gli chiesi scherzando se ne era sicuro; mi rispose qui in sintesi: “bisogna saper rischiare per trovare la musica”. In seguito si fece un 4tet con due suoi amici John Taylor e Chris Lourence e in più Diana Torto, intitolato “Tribute to Kenny Weelher”: finalmente un tributo ad un musicista vivente e lui ne fu molto contento. Ha scritto una grande quantità di musica, molte ancora inedite, spero che oggi chi le gestisce ne faccia buon uso. Poi chiaramente l’onore ed il piacere
di essere stato coinvolto da lui in diverse produzioni suonando la batteria e le percussioni.

Quali sono state le collaborazioni più importanti che hai avuto?

Tante, tutto quello che ho fatto è stato comunque importante: dal piano bar, le feste di piazza, suonare sui marciapiedi, sino all’ ultimo mio lavoro da compositore e arrangiatore per l’ orkestra W.D.R.
Dovrei fare tanti nomi, e oltre a quelli sopra citati, mi viene in mente una persona che mi ha dato la possibilità di crescere e ci siamo dati una mano reciprocamente: Andrea Parodi, e tantissimi altri grandi amici e music

isti. Sono restio a fare una lista in ordine d’importanza, perché, mi ripeto, guardo alla sostanza, a prescindere da una scala di valori: tutte sono e sono state comunque delle esperienze fondamentali.

Cosa ti soddisfa maggiormente nella musica?

Continuare a immaginarla e cercarla dentro di me. L’energia che ricevo cerco di renderla attraverso la musica. Incontrare i musicisti “ giusti”, non inteso solo come capacità tecnico-musicali, ma anche anime che in quel tipo di espressione si somigliano.

Tu e la creatività: come nasce l’ispirazione? Ci sono situazioni, momenti particolari che favoriscono la creatività?

Per me creatività e ispirazione sono sinonimi e può accadere che avvenga in diversi momenti: camminando, guidando la macchina, in tante situazioni del quotidiano, ma ci sono fasi diverse: durante il giorno, quella che io chiamo scintilla, la prima idea memorizzata poi quasi sempre prende forma nella notte, come in una specie di elaborazione graduale che immagino mentalmente. E’ vero che la notte porta consiglio, sia nella veglia che nel sonno. Diciamo che per me il giorno è una fase più analitica, scientifica, e col buio e il silenzio, arriva lo spirito o gli spiriti direi, e tutto appare più facile, e le idee musicali si manifestano come una creatura da realizzare.

Cosa ti piace dell’ambiente musicale cagliaritano/sardo e cosa cambieresti?

Ricordo tanti anni fa che tanti musici dicevano che i musicisti sardi avessero qualcosa di diverso, per come si muovevano dentro l’interpretazione del linguaggio jazzistico e di altri generi, con una grande ed antica storia isolana, tradizioni che spesso e forse inconsapevolmente portano ad un modo originale di suonare. In quel tempo il mare era l’immagine di una distanza enorme verso la penisola. Tutto si è ridotto, la Sardegna ha guadagnato nelle distanze ma spesso dimenticandosi delle peculiarità e enorme potenziale che viene dalla nostra insularità e una cultura musicale millenaria unica nel mondo.
Il fatto non è cosa mi piace o non, ma cosa c’è e quello che non c’è. Il punto per me sta in un degrado culturale generalizzato che non riguarda solo la Sardegna ma tutta l’Italia, e non solo. Sicuramente quello che c’è in più oggi, è avere l’opportunità di studiare musica; quelli della mia generazione non l’hanno avuta: ci siamo fatti da soli ; ma allora c’era tutta un’altra aria, un bel movimento ed interesse tra i musicisti e ascoltatori. È un insieme di fattori complessi che blocca una crescita culturale… Ci vorrebbe un grande GONG per svegliare un po’ di gente, in primis i politici, e uno stop ad un sistema che lentamente e inesorabile annienta la possibilità che i fruitori nel campo dell’arte possano evolversi attraverso una scelta consapevole, e non solo quella indotta dalla commercializzazione scelta dai produttori discografici e da alcuni direttori artistici che gestiscono i concerti live.

Cosa consiglieresti ai giovani musicisti e a chi sta iniziando?

Ai giovani direi di aver fiducia, di cercare il proprio talento e se trovato, li porterà a suonare e sarà comunque importante, a tutti i livelli, cercando di non lasciarsi sfuggire che la musica è, ha una sostanza importantissima nella vita. Direi anche che oltre frequentare strutture scolastiche pubbliche o private sia importante che tra i giovani musicisti ci sia la volontà di creare la possibilità di suonare insieme fuori dalle attività scolastiche e altrettanto far si che non si spenga la curiosità dentro le 4 mura di un aula, e di non credere che con un pezzo di carta, come quella della laurea breve nei conservatori, significhi essere un musicista. Inoltre, qualora sia possibile, cercare di confrontarsi con sistemi di apprendimento alternativi a quelli già esistenti e molto diffusi, per ampliare visioni diverse sulla propedeutica e sistemi didattici innovativi.

L’emozione di salire sul palco: cosa provi ?

Non passo volentieri attraverso le emozioni (ascoltando la musica e non suonandola si), anzi per come sono concepite e strumento di concetti, dal mio sentire, sono molto poco o nulla. Salire su un palco prevale la concentrazione e non l’emozione.

Intuisco cosa vuoi intendere, ma visto che in questo tempo si parla molto di emozioni come un motore creativo, potresti spiegare più a fondo il tuo pensiero?

Si, direi che altro è invece sentire l’emotività, cugina delle emozioni che in me agiscono in modo diverso, per quanto
parenti. In modo positivo e non invasivo la cugina emotiva, non altrettanto la cuginetta emozionale, un

vero impedimento verso la concentrazione. Ben inteso che mi riferisco soprattutto all’improvvisazione, ma anche nell’atto di comporre e nel fare degli arrangiamenti. Le emozioni stanno in senso temporale fuori dal fare, certo qualche volta sono una spinta positiva verso la creatività, ma spesso le trovo bugiarde e possono diventare un intralcio per una ricerca musicale fatta di percezioni più articolate e non razionalizzate e non condizionate. Mi pare che le emozioni e l’emotività siano funzioni neuro fisiologiche e condizionamenti culturali. E’ simpatica la definizione (di chi non lo è) sugli artisti: vivono tra le nuvole…., di questo , oltre che sorriderne, l’ ho sempre osservata come una visione positiva, quasi romantica, e tra le accezioni che questo detto mi suggerisce, le uniche possibili sono: l’astrazione, la concentrazione, il desiderio di esprimersi e l’energia. Purtroppo questo famoso detto è anche oggetto di scherno e non ben visto da parte di persone con scarsa capacità d’astrazione e creatività, ma meno male che entra in gioco l’ironia.
Per concludere, userei la mia metafora del pozzo, dal quale attingere l’acqua, con la consapevolezza già acquisita che nel fondo la si possa trovare, mentre il secchio con quella lunga fune scende lentamente, la mente è vuota, di pensieri, sentimenti ed emozioni, pur sapendo che cosa si cerca.

Per maggiori informazioni:

Visita la pagina facebook Francesco Sotgiu #musicistacreativo

Marco Sotgiu

Marco Sotgiu

Fondatore e Direttore di spettacolart.it Appassionato di musica. Suono la batteria. Non sono un giornalista.



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