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UNA SERATA A NARCAO

UNA SERATA A NARCAO

Una serata a Narcao.

Di Nicola Sulas.

È sempre un piacere passare una serata a Narcao Blues. Ti metti in viaggio in anticipo per evitare stress, arrivi con calma trovando sempre parcheggio, fai una passeggiata sino a Piazza Europa, acquisti il biglietto e prendi posto su una sedia che sai di dover abbandonare più tardi, quando l’atmosfera rilassata verrà spazzata via dalla musica. Nel frattempo aspetti, tra una birra e quattro chiacchiere con gli amici, che il chiarore del crepuscolo lasci il posto al buio e all’annuncio delle esibizioni.
Il 21 luglio la serata è elettrica, i cavi sul palco abbondano e il primo ad essere annunciato è Laurence Jones con la sua band, un classico power trio che basa la sua forza sull’impatto e la ruvidezza. Nonostante la giovane età, appena 24 anni, il chitarrista britannico ha già ricevuto numerosi riconoscimenti e dimostra di essere abbastanza scafato nel tenere il palco, muovendosi con sicurezza e dando prova di avere una notevole padronanza della sua Stratocaster.

Jones evita i virtuosismi eccessivi e si basa su uno stile debitore di illustri predecessori come Eric Clapton e Buddy Guy, partendo dal blues e tracciando una perfetta linea di congiunzione col rock. Il suono è robusto e contrasta con la faccia pulita da bravo ragazzo e le guance rasate, ma il sorriso che si trasforma in una smorfia durante gli assoli svela un’attitudine più maliziosa. La voce è sorprendente, calda e matura, e rimane senza incertezze durante tutta l’esibizione, fatta di brani originali e qualche cover, tra cui una bella versione di “All along the watchtower“, ovviamente di derivazione hendrixiana ma abbastanza personale. Nel finale, Laurence Jones chiama il pubblico sotto il palco per una lunga “Every day I have the blues“, a catturare un responso favorevole e applausi meritati.

Un veloce sound-check precede l’esibizione di Lucky Peterson, introdotto in maniera spettacolare dalla sua band, con la chitarra e la voce di Shawn Kellerman a urlare che il resto della serata sarà senza respiro. Quando Lucky Peterson entra sul palco strappa un sorriso a parecchi spettatori grazie alla pancia prominente, l’andatura goffa e la maglia multicolore. Ha cinquantuno anni portati, sembrerebbe, abbastanza male. Ovviamente non ha importanza, difatti l’aspetto contribuisce a ispirare simpatia, grazie anche al perenne sorriso sul volto, e a dare al musicista americano un tono da bluesman navigato.
Non che ci sia il bisogno, dato che la carriera di Peterson è iniziata addirittura a cinque anni, nel 1969, quando è stato scoperto da Willie Dixon e quando ha registrato il suo primo album. Del periodo esiste un’incredibile video, disponibile su Youtube, che mostra Lucky Peterson all’età di sette anni guidare una band che letteralmente pende dalle sue labbra per seguirlo mentre si sbraccia sull’organo Hammond, mentre pesta sui tasti, balla calpestando la pedaliera, canta e urla con una vocina sgraziata e con un’attitudine che è facilissimo riconoscere durante la serata.
Appena inizia a suonare, si capisce subito che le atmosfere sono diverse rispetto a prima. Il british blues squadrato ed energico ha lasciato il posto a un miscuglio fatto di blues puro, soul, funk, gospel, Rhythm and blues e rock. Non ci sono schemi rigidi, Peterson dirige il palco dando il via a break e assoli con semplici cenni della testa, domina la scena con il suono dell’Hammond B3, impressionante da sentire e vedere, col legno dello chassis graffiato da tante battaglie e il Lesley con i coni rotanti.
È un’esibizione dall’impatto notevole, imperfetta e spesso incasinata ma si avverte che fa tutto parte della magia. Le corde delle chitarre si rompono, i trasmettitori smettono di funzionare, i cavi si ingarbugliano, i pedali si spostano, si creano battibecchi ironici e botta e risposta col pubblico, che ovviamente sta per la maggior parte del tempo in piedi a ballare. Peterson passa con disinvoltura dalle tastiere alla chitarra, mostrando con questa uno stile grezzo ed efficace, e contribuisce a riscaldare ancor di più gli animi scendendo a suonare in mezzo al pubblico.
Tutti si divertono, sopra e sotto il palco, mentre i brani si susseguono, che si tratti di blues scatenati o di lunghe ballate soul, sino ai bis finali e ai saluti.
L’impressione è che tutti siano soddisfatti, e non potrebbe essere altrimenti dato il coinvolgimento che le due band sono riuscite a creare. Narcao Blues, giunto ormai alla ventiseiesima edizione, si conferma come un evento fondamentale per la musica in Sardegna e qualcosa di irrinunciabile per gli appassionati.

L’augurio è che prosegua a far divertire e meravigliare per tanto tempo ancora.


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